Parma / 8 Marzo – 14 Dicembre 2020

“Ecco l’importante: che ne rimanesse sempre uno…”
― Il Partigiano Johnny
(Beppe Fenoglio)

 

In termini climatologici, quest’anno sulla nostra piccola osteria è caduta tre volte la grandine, ci siamo beccati due gelate in fase di gemmazione e quel poco di uva che stava venendo su ce la siamo persi contro oidio e peronospora, per non parlare di cinghiali, uccelli e caprioli.

Quel che Natura toglie, Natura dà.
E perciò il vignaiolo timorato di Dio non si lamenta, bensì procede fiducioso di fronte alla recondita intelligenza che soggiace ai cicli della vita e della vite.

Dalla prima serrata imposta per Decreto Ministeriale all’ultima, autoindotta e provocata da evidenti cause di forza maggiore, sono passati 282 giorni.
Dài e dài, il contagio finalmente è arrivato, e dall’osservatorio pacato della mia quarantena (pressoché asintomatica, come da copione …) provo a ripercorrere a volo d’angelo tutto questo enorme ammasso di tempo.
40 settimane, come una gravidanza.
Per essere precisi, a fasi alterne siamo stati attivi e produttivi, ma nessuno si è mai illuso troppo sul fatto che l’annata si potesse raddrizzare.

Se non c’è niente di buono da mettere in bottiglia, in bottiglia non bisogna andare.
Magari converrà concentrarsi meglio sulla campagna, sulle piante che hanno sofferto, sull’armonia e l’autogovernarsi del vigneto, osservandolo approfonditamente e preparandosi a una lettura minuziosa della sua realtà, per i giorni a venire.

Similmente, mi sono accorto di avere profuso in questi mesi tutte quante e di più le mie energie, primariamente nell’intento di mantenere l’integrità di quel peculiare “spirito del luogo” che si è creato negli anni attorno e all’interno del locale, cercando ogni volta le soluzioni migliori per non tradirlo.

La riduzione del numero delle sedute, la catechesi nei confronti del pubblico distratto (per non dire: menefreghista), l’abolizione del servizio “à la volée”, le manovre per accelerare gli stimoli attraverso cui l’avventore ignaro potesse trasformarsi in fruitore consapevole, sono state tutte mosse guidate da un istinto conservatore e protettore più materno che paterno, addirittura ― si può essere “matron”, oltre che “patron”, con le proprie aspirazioni ed emanazioni è sempre una questione di genitorialità, consanguineità, consustanziazione.

Tuttavia, ci siamo dovuti accorgere del fatto che la maggior parte del pubblico, là fuori, ha continuato imperterrito a darci per scontati.
In ambito commerciale, purtroppo, la parola “ospite” risulta ambigua: “casa nostra” deve comunque trasformarsi in “casa loro” (e invece rimane “casa nostra”, perdio!).
Lo scotto dell’ospitalità è tenersi il materiale umano che passa il convento, e datisi il blocco delle frontiere e la chiusura dei confini regionali, senza l’apporto fondamentale del forestiero, dello straniero, che funge sempre da impollinatore perfetto, da portatore sano di biodiversità e ibridazione, lo “spirito dell’osteria” ha sofferto grandemente un tale clima “siccitoso”.

È troppo difficile riuscire a farsi scrutare con lo sguardo dei propri occhi, stimolare negli altri l’empatia e la comprensione, dal momento che il cambio di prospettiva non sempre è alla portata degli estranei, soprattutto quelli che ti sono più vicini e dovrebbero conoscerti meglio e invece finiscono inevitabilmente per eluderti (parafrasi di un passo fondamentale di In mezzo scorre il fiume, di Norman Maclean – Adelphi 1993).

Per trovare il bandolo della matassa, provo a scorrere in rassegna le diverse strategie di comunicazione elaborate a scopo promozionale in questi nove mesi.

Prima abbiamo deciso di lasciar parlare le immagini, la musica e le ombre, suscitando stupore e commozione con il video e la playlist intitolati “86400 giri SENZA”.
Poi si è trattato di spingere sulla vendita di bottiglie per asporto, al fine di valorizzare le fatiche erculee di tre lustri di incessante ricerca, e allo stesso tempo come tattica “attendista” in rapporto alla situazione esterna, troppo incerta e rischiosa nella sua prima fase.

 

Successivamente, con un mese esatto di ritardo rispetto alla data della riapertura delle attività di somministrazione al pubblico, a metà Giugno siamo usciti con la nuova formula menu- degustazione, un azzardo bello e buono (e tutto sommato un fallimento), perché appartiene a tutt’altro genere di ristorazione e nel nostro caso lo zoccolo duro del “Popolo dell’Osteria” fatica anche solo all’idea di dover alzare la cornetta e chiamare per prenotare.

In piena estate, a fronte di un ammanco pressoché totale di clientela (causa comprensibile voglia di fuggire altrove) nelle sere del weekend, ci siamo avventurati, forse tardivamente ma con il consueto entusiasmo, in una serie di esperimenti di delocalizzazione, con un ciclo di eventi presso ristoratori o produttori amici sparsi per la Provincia, in cerca di spazi più estesi e soprattutto di aria aperta.

A Settembre e Ottobre finalmente è giunto un po’ di sano vento in poppa, potendo oltretutto appoggiarci su un banco di prova un po’ più prolungato.

Ma a Novembre, subito e ancora restrizioni.
E allora, via con la prova del rilancio della fascia oraria diurna e dei pranzi, prima di ritornare nuovamente alla campagna pubblicitaria delle nostre selezioni per l’asporto, o per la regalistica del periodo natalizio, unico appiglio concreto del finale di stagione, prima dello STOP (“per poter riderci sopra, per continuare a sperare!”, mettendoci la faccia, è stato necessario trasformarci in attori e co-sceneggiatori, cosa alquanto divertente, almeno questa).

Insomma, un costante, sfiancante, sforzo di adattarci a un qualcosa di forzatamente esogeno e imprevisto, provando a ricorrere alla riserva delle buone idee, al vocabolario dell’originalità, allo spirito di risoluzione delle avversità, senza grossi risultati e con dispendio enorme di energie.

Intanto, vedevamo “cose che voi Umani” …

– colleghi piangere lacrime di coccodrillo per avere “subìto l’onta” di una multa per assembramento (con 200 persone in piedi fuori dal locale che non si trovavano lì senza avere consumato, però);
– ristoratori “ristorati”, fieri, soddisfatti e a posteriori rimborsati per aver promosso e tutelato le eccellenze nazionali (in molti casi reperite sugli scaffali della Grande Distribuzione Organizzata, ndr);
– clienti supplicare uno Spumante in bicchiere di plastica, quasi non riuscissero ad arrivare al parcheggio senza farsi un decilitro abbondante di vino da passeggio,
prontamente negato (“aridatece er vin brulé!”);
– orde di persone riversarsi nelle vie dello shopping a pomeriggi prestabiliti, senza meta né
spiegazione apparente, pascolando per mero effetto della contagiosa inerzia di gregge;
– sedicenti “appassionati” abboccare alla comodità pantofolaia del primo e-commerce che invade a tappeto, tramite sapiente perfezionamento di algoritmi, gli spazi di connessione della Rete, facendo dimenticare alla gente che uscire a far la spesa dove meriterebbe farla è un gesto non solo rivoluzionario, ma di chiaro supporto alla Conservazione dei Beni Culturali (un Centro Storico senza le proprie attività di vicinato e di commercio tradizionale diventerà ben presto un non-luogo di stampo metafisico Dechirichiano, purtroppo in versione lugubremente post-atomica).

Perché un’osteria non dovrebbe avvilirsi in saggi di trasformismo, e neppure cimentarsi in goffe circonvoluzioni pseudocircensi per rimanere al passo coi tempi.

E così, quale sarebbe il Codice Ateco di un’impresa che principalmente promuove Cultura?
Quale “Decreto Ristori” (ironia della sorte, contrappasso semantico, rivoltamento di stomaco e senso) per chi va a lavorare con l’ardimento prometeico di voler nutrire attraverso il vino e i prodotti genuini dell’artigianato alimentare una scintilla di Umanesimo da salvaguardare e tramandare?
Come cambiare il modo in cui un’osteria, un laboratorio di ospitalità “fatta a mano”, un luogo di sosta, conversazione e tradizione, un porto franco esistenziale, possa essere percepita e collocata nella prospettiva armonica di un equilibrio socio-antropologico intraurbano e interpersonale?

Un’osteria dovrebbe rimanere sempre aperta, “ritta sull’ultima collina, guardando la città, nel giorno della sua morte”.
Come le Chiese.
E i Musei.
O il consultorio psichiatrico di Lucy van Pelt.
5 cent a suggerimento: una stanza di decompressione a disposizione della comunità, la quale sente di volere e dovere farsene carico.

Perché l’Osteria, piccolo teatro nel Grande Teatro del Mondo, dispiega ben al di là della propria funzione ludica il talento che la rende capace di accogliere e riverberare tanta e varia Cultura.
E andrebbe immediatamente iscritta nel novero delle istituzioni il cui ruolo riconosciuto sia quello di saper fornire un campo aperto per l’incontro, il confronto, la libera circolazione delle idee, il dibattito civile e la coltivazione oltre che la condivisione dei piaceri, nonché la registrazione e rielaborazione degli umori, delle gioie, delle passioni e delle problematiche di un’intera civiltà.

* * *

Fra tutte le parole che ho sprecato in questo anno da chiudersi in silenzio, nel distacco introflesso della concentrazione, salvo di buon grado un testo accorato che già oggi, con l’animo proteso verso l’anno nuovo (postura tipica da Passeggere leopardiano in tenzone morale con il fatalismo del Venditore d’Almanacchi), riguardo con benevola autoironia e cosciente disincanto.

Parma, 15 Giugno 2020
Coronavirocene – ANNO ZERO
Io lo so bene, che a te, a voi, piace(va) andare all’Osteria. È un meraviglioso passatempo, forse il preferito.
Prenderti la libertà di decidere all’ultimo secondo se sterzare bruscamente in cerca di malora o buona sorte, oppure tirare diritto e fare il bravo.
Avere voglia di incontrare qualcuno, magari uno sconosciuto che arriva da lontano e nasconde nello zaino un’odissea.
Non temere l’abbraccio del vecchio amico, il bacio dell’ex-fidanzata, il saluto di cortesia del conoscente, la stretta di mano serrata della persona che stimate, la confidenza dello straniero. Essere liberi di offrire da bere a tutti quelli che ritenete degni della vostra compagnia e del vostro impeto di estroversione.
Ritagliarsi il tempo per leggere un libro, per starsene muti in un angolo, per fantasticare, per osservare, per ricaricare le pile, per lasciarsi vivere.
Ma come faccio, ditemi, a tenervi lontani l’uno/a dall’altra/o?
Perché un metro per alcuni, ad esempio me, è già un crepaccio, l’anticamera di una voragine. (Per altri invece ― gli irraggiungibili, i sostenuti, gli hikikomori, le dive del muto, gli anaffettivi, gli incoscienti ― una condizione preesistente, un né caldo né freddo, un va benissimo così, che schifo, d’altronde, la Famiglia Umana, puah!)
Io, che di mestiere, di vita, arte, tutto, faccio l’Oste …
… che apro porte, congiungo lontananze, trasmetto narrazioni, indovino biografie, fagocito vissuti, riverbero epopee, esercito ospitalità, accomodo glutei, rifocillo stomaci, ristoro spiriti, apparecchio connessioni, accolgo possibilità, incentivo incognite, inauguro sodalizi, sovverto monotonie, risolvo annoiamenti, digerisco incomprensioni, sopporto lamentele, riparo contenziosi, filtro messaggi, gestisco situazioni, prefiguro conseguenze, provoco postumi, propongo soluzioni, accumulo storie, interpello antichità, lodo passati, rielaboro silenzi, sostengo microcosmi, testimonio veridicità, studio parti e recito a soggetto, e quand’ è ora di matarlo, mato anche il toro …
… adesso, come faccio?
Mi vogliono con la mascherina, ma non sono Pulcinella.
Con il metro da sarto, ma non sono Yves Saint Laurent.
Con il sanificante nebulizzato, però mica sono un Ghostbuster.
Con il sadismo del Vigile cattivo, eppure non sono una paletta, rossa di qua, verde di là.
Senza fare troppo la vittima, ma convinto e consapevole di una simile necessità, il TABARRO sa che qualcosa deve cambiare.
In 32 metri quadri non si può fare altrimenti, per andare avanti.
Pochi alla volta, come su una mongolfiera. Solo su prenotazione, come dalla pettinatrice. Percorsi prestabiliti, come una visita al Museo.
Astenersi perditempo, ed ecco che già sono puttana.
Dentro i muri di un’osteria c’è una commedia umana ― spassosa, tragica, pulsante, sincera ― che andremo a perdere per sempre, di questo passo.
(Ci sarà anche il dehors, ma il calore all’aria aperta tende a disperdersi, trasformandosi in distrazione, staremo a vedere …)
Il mio è un tentativo di salvare il salvabile. Oste per un giorno, Oste per tutta la vita.
Ho un universo da raccontarvi. Decine, centinaia di storie. Vere e false.
Una bottiglia di vino dentro un’osteria, prima di tutto il resto ― natura morta fatta ad arte, commercio delle idee, scienza del convivio, teatro di umanità ― è sacrosanta Letteratura.
Adesso tocca a voi, venite e mettetevi all’ascolto.

In sostanza, si cambia per poi accorgersi di non poter troppo cambiare.

Perché anche al TABARRO continueremo a darci da fare, ma con la scusa del dover prima di tutto sopravvivere e quindi la smania di ripartire a pieni motori finiremo per inseguire e occuparci di cose per cui già eravamo predestinati, come tutti: discorsi interminabili, forme di resistenza, investimenti sulla sicurezza, televendite su piattaforma, progetti culturali, trovate commerciali auspicabilmente sostenibili, e altri allineamenti alla Contemporaneità, sull’onda di un rinnovato conformismo.

E intanto che tutta questa vita se ne va, e con lei il vino che ne tiene in mano il filo, preghiamo affinché dal fondo della bottiglia e del bicchiere possa sempre indovinarsi, come dalle immemori crepe di una kylix a figure rosse dell’Attica, il tratto del nostro volto di Esseri Umani.

 

Diego Sorba, oste

 

 


* Contributi video a cura di Sandro Nardi
** Si ringraziano Andrea Maestri e Luca Svegliado