È un periodo che dormo poco: è il far niente che mi fotte. In questo anno e mezzo ho capito che ad andar veloci si è molto più efficaci. Si hanno meno distrazioni.
Puoi guardare dal finestrino quanto vuoi ma è solo rallentando che le forme prendono forma e le cose diventano cose.

Andar piano è più introspettivo, si dorme meno. Mi sveglio e penso, mica a qualcosa, ma mi sveglio.

Il primo caffè è il trionfo della mattina. Se prima del Covid era sempre una corsa, oggi bere il caffè è un rito a cui dedico circa un’ora della mia giornata.
È venerdì prima di Pasqua e la luce primaverile manda in estasi il mio salotto. Tazza in mano, sul divano penso che sarebbe un momento perfetto per finire quel libro che mi trascino da mesi.

Magari dopo, l’attrazione social resta più forte.
Attacco con Instagram, non sia mai che nel sonno mi sia perso qualcosa. Ahimè niente.
Passo a Facebook: vedo Scanzi ovunque, due video sui micini, uno su Salvini, poi controllo che non sia il compleanno di mia mamma. È il compleanno di un mio compagno delle elementari che non ricordavo più esistesse: tanti auguri Andre! Passo poi ad una intensa quanto rodata routine sul mercatino dell’usato: Vespa, ceramiche, barche, ruote da bici in carbonio, posate, Swatch e lampade. Calma piatta. Non sono ispirato.
Il libro è sempre di fianco a me. Chiuso.
Dribblo i bollettini Covid, i consigli al Fantacalcio e arrivo al momento Wine Blog: le nuove annate di Brunello da una parte, una verticale di Verdicchio dall’altra, un vino spagnolo cambia odore se girato sette volte in senso orario. Ahia.
Il caffè ha smesso di fumare. Ne preparo mezzo litro ogni mattina.
Tutto sembra andare per il peggio: “leggi il libro” mi dico rassegnato.
Non mollo, c’è ancora Intravino. Eccolo lí: ho trovato quello che inconsciamente cercavo. El Clasico. Un evergreen. Un buono, sano e genuino tafferuglio sul naturale. La fortuna premia gli audaci, mi dico.

“Storie acide: io con il Beaujolais di Métras ho chiuso” di Lisa Foletti. Mi piace e mi diverte. Mi ritrovo in parte d’accordo con i giudizi dell’autrice pur sentendo di avere un approccio alla materia ben diverso. L’articolo è breve, giusto e affilato quando serve. Come sottolinea Lisa Foletti, Yvon Métras è uno che divide. C’è chi lo ama e chi lo odia. Ci sarà poi chi non lo conosce e chi non ne ha un quadro ben chiaro, e si narra che Métras sia uno dei guru del Beaujolais. L’autrice racconta che a seguito della brutta esperienza con tre bottiglie del suo Fleurie (2017, 2018 e 2019) in un’occasione, ed altre quattro di annate simili in altre occasioni, ai vini di Métras riservava un definitivo “no grazie”.
La descrizione dei vini è ben fatta e comprensibile. Peraltro le sue analisi delle vendemmie 2017 (che a me piace molto pur essendo molto esile) e 2018 (davvero buona considerando l’annata non semplice) mi fanno venire una gran sete. Dentro di me penso: sotto sotto, molto sotto, forse sono piaciute anche a lei.

Quella mattina non cerco una vera e propria rissa, mi basterebbero un paio di “questa non capisce niente” borbottato tra me e me sorseggiando un caffè ormai freddo. L’articolo è troppo corretto per immaginare un attacco all’autrice, così mi focalizzo sulla parte che normalmente preferisco: i commenti.

È impressionante come una bottiglia sbagliata di un produttore conosciuto per non utilizzare la solforosa (chi lo ha detto?) sia la miccia per fare di questi vini tutta l’erba un fascio.
“Riduzione. Volatile. Fango. Acetica. Anch’io ho bevuto un vino così. Che gusto ci trovi nella puzza di piedi? Vi meritate i vini bruschi! E costa pure caro!”.
Mi ricordano i post di certi populisti italiani contemporanei, forse per questo li adoro. Siamo ancora fermi ai vini naturali penso.
Wow! Che noia! Che palle! Ma anche che figata! Mi ci butto anche io!

Lì per lì scriverei un commento alla Rambo. Certi pensieri mi sembrano così aggressivi, ma purtroppo rileggendoli scopro che sono pacifici. Sono in cerca di avventure ma devo rassegnarmi al fatto che Intravino è uno spazio frequentato da gente educata – tolto forse Morichetti – così mi calmo, rileggo, rumino, penso.

Penso che questi vini sia una definizione molto povera. Un minestrone dove puoi trovare di tutto.
Le possibili pratiche di cantina sono infinite. A volte le proprie tecniche sono custodite come dei segreti, altre volte si sperimenta condividendo sia i protocolli che la progettualità. È importante sapere come viene prodotto un vino ma è altrettanto importante lasciarsi trasportare. Non tutto di quello che si fa in cantina è evidentemente riscontrabile nel bicchiere. Bere è conoscere, ma non controllare.
Sono così tante le variabili da mettere in gioco che si farebbe molta fatica a trovare un denominatore comune tra due vini che condividano una singola pratica produttiva. Se per esempio assaggiassimo un Blaufränkisch austriaco, fresco e vegetale, ed un Pais cileno, ampio e amabile, non ci verrebbe in mente di categorizzarli come fratelli solo perchè entrambi affinati in barrique. L’aggiunta di solfiti invece, per quanto non sempre percepibile, è sufficiente per fare squadra. Per molti infatti, è sufficiente non utilizzarli per rientrare nella categoria questi vini.

Una volta placato il mio estro battagliero, ripongo la spada nel fodero e rifletto sulle due facce del vino: una oggettiva, di gusto, e una personale, emotiva.

Si parte sempre dall’inespugnabile concetto che ognuno è libero di bere quello che gli pare. Io bevo di tutto e tanto, se posso. Certi vini mi coinvolgono, altri sono proprio buoni. Non mi capita spesso di incontrare vini davvero terribili.

L’aspetto oggettivo di un vino è complesso da affrontare e tutt’altro che scontato. La difficoltà sta nel rimanere indipendenti dalle influenze che ci circondano. Persino bevendo alla cieca siamo portati a ragionare su che tipo di vino abbia portato colui che serve la bottiglia. Un’analisi oggettiva è tanto bella quanto difficile da perseguire. Guardi il colore, dai un colpetto di polso, fai le bollicine con la bocca, mandi giù, conti fino a tre, fai una piroetta, dai un bacio a chi vuoi tu: che il vino ti piaccia o meno sono fatti tuoi, il che rende il vino il più democratico tra i succhi anche se l’analisi oggettiva dovrebbe mettere in evidenza i pregi e i difetti.

L’aspetto emotivo di un vino invece è la conoscenza che hai di esso.
Il vino è quindi oggettività e soggettività, perchè dentro al vino che bevi ci sei anche tu.

Il coinvolgimento è capace di giocare un ruolo positivo o negativo.
Davanti alle bottiglie che mi coinvolgono emotivamente divento più attento, tollerante e paziente. Non trovo così divertente bere senza informazioni, ma sono ben convinto che la conoscenza rappresenti essa stessa un’influenza, forse quella più rilevante.

Chi è e cosa fa Yvon Métras. Che vini si fanno a Fleurie e come si distinguono dagli altri crus del Beaujolais. Estate calda, gelate in primavera, pioggia prima del raccolto. Contestualizzare una bottiglia può portare a godere di un vino come a rimanerci delusi, creando per esempio aspettative troppo grandi. Le delusioni si possono prendere con qualsiasi bottiglia e i difetti non rappresentano l’unica causa, talora basta un “me la ricordavo diversa”. Dobbiamo imparare però che l’esperienza non è il vino astrattamente inteso, bensì la bottiglia.

Aperta dove, quando e come. Certe bottiglie sono più fragili, altre più stabili. Alcune ci mettono un po’ ad arrivare ed altre purtroppo non arrivano mai.

Non mi faccio paladino dei vini che puzzano ma trovo la caccia al difetto poco significativa.
Non tutti i difetti sono da patibolo, come le stesse parole possono risultare più o meno offensive in base a chi le ascolta. Assaggiando può anche accadere che a sbagliarci siamo noi, finendo per condannare un vino troppo frettolosamente.

Ho visto quelle che sembrano volatili da grattacielo rientrare nel bicchiere a livelli accettabili (era dunque volatile?), grandine scambiata per tappo, vini cotti tornare crudi, così come ho visto cacca rimanere cacca!
Se è vero che il vino buono può mancare di difetti, è vero anche che il vino senza difetti non è sempre quello che ci piace. Da qualche anno non compro una bottiglia al supermercato, dubito che sullo scaffale troverei vini difettati e dubito altrettanto di trovarne di coinvolgenti.

Ciò che pensiamo sia cattivo può diventare buono. Oppure no. Il coinvolgimento aiuta soprattutto sul fattore pazienza, dove invece di affrettare conclusioni negative lasciamo al vino il tempo di aprirsi, gli diamo una seconda possibilità̀, una terza, io anche una quarta e una quinta. La cosa peggiore che può capitare è che nonostante i tentativi, l’attesa e le parole, la bottiglia sbagliata rimanga sbagliata.

Per certi versi la questione più importante è conoscere la propria cantina. Assicurarsi di aprire le bottiglie in momenti e contesti che riteniamo favorevoli al vino, avendo un’idea – più o meno romanzata – di ciò che abbiamo davanti. Nella mia cantina c’è una vasta alternanza di classici, di pettinati e spettinati, di garagisti. Ci sono questi e quei vini e ci sono anche un sacco di storie, ricordi, persone, nomi, città, animali. Di fianco a una Barbera solfitata e legnosa c’è un Carignan fresco e acido. Ci sono vini da grandi appellazioni e da posti improbabili. Ci sono i vini di Métras (che non bevo mai prima dei dieci anni) – guru del Beaujolais – e di Pasquale che guru non è.

Il tutto, vi assicuro, convive alla grande.