Una lotta in pendenza, oggi, difficilmente realizzabile ma non impossibile. Certo credere al caso diventa uno sforzo, si può parlare di attrazioni, forze contigue, concentrazioni di forze che cercano di sembrare un caso, riuscendo ad incarnarsi poche volte nella vita, così gemella della vite, che in montagna ha più bisogno di romanticismo per ottenere le forze che ti scelgono come temporaneo tramite.

Era il 2013, circa 700m s.l.m., andavo a correre spesso in Via Europa, già via delle vigne, a Rubiana (Torino), zona cosparsa di vigneti fino agli anni ’60, tutti piccoli appezzamenti di contadini, con un patrimonio ampelografico di uve che oggi ci invidierebbero, anche se il risultato odierno dice: 3, sì, tre, il numero delle parcelle rimaste… e le villette (sorte sulle vigne di allora) godono della vista commovente della valle fino a Torino e sulla Sagra di San Michele, anche per pochi giorni l’anno. Coltivo uva da questa vigna ottantenne di circa seicento ceppi in 700mq, su terreno al limite tra la morena e la montagna, abbandonata da un paio d’anni e nonostante ciò idonea alla vinificazione. La prima vigna che ho avuto la fortuna di recuperare ed ancora oggi mi gratifica con i suoi frutti. Dal 2015 un’altra vigna, sempre a Rubiana, abbandonata da più di tre anni e sempre individuata durante le mie corsette in una mulattiera nel bosco, raggiungibile solo a piedi a 750m s.l.m. Qui davvero problematica è la raccolta, poiché gli uccelli ed altri animali si nutrono tranquilli di uva, anche se non completamente matura, sono convinto che l’isolamento rassicuri la loro presenza. Dal 2017 al 2019 mi sono spinto più in alto ancora, a 930m s.l.m., questa volta a Chiomonte, frazione Ramats, rinomata dai vecchi come la zona migliore e più impervia dove produrre uve assecondate dalla roccia, dai muretti a secco e pendenze da cordata. Qui ho assaporato la viticoltura di montagna. Le vigne erano (ahimé) di due proprietari, con piccoli frazionamenti talvolta distanti tra loro. L’esperienza è stata breve ma intensa, anch’esse abbandonate da qualche anno ma di età superiori alle precedenti, alcune piante sfioravano i cento anni, con qualche presenza di piede franco; uno dei due proprietari toglieva i pali di legno per alimentare la stufa, il peso dell’età non gli permetteva più di continuare a coltivare le vigne. Lassù si racconta di tempi più fiorenti, quando i contadini contribuivano al rifornimento di vino del forte di Exilles, prima, dopo e durante le guerre, quand’esso ospitava migliaia di militari assetati.

Un giorno, rientro in anticipo da una vacanza in Francia a causa del maltempo, ero diretto a Torino e decido di percorrere la statale 24 del Monginevro. Passato Exilles scorgo il cartello Ramats e decido di allungare imboccando la strada di proprietà Anas, costruita per l’autostrada, quella che porta al famoso cantiere TAV; alla mia sinistra nient’altro che roccia e vigneti abbandonati, a destra qualche appezzamento ancora coltivato per via delle pendenze più permissive. Arrivo a un bivio e vengo travolto da uno scenario “familiare”: una serie di vigne abbandonate disegnavano la valle. Mi sono subito sembrate ideali, me lo suggeriva la mia esperienza, e non essendoci nessuno in quel momento, decido di lasciare il mio contatto telefonico dentro una cartellina trasparente, affinché non si bagnasse. Scrivo anche le mie intenzioni ovvero di preservare questo straordinario patrimonio dall’abbandono. Diego mi telefona due giorni dopo, lui aveva coltivato quelle vigne fino all’anno precedente – in comodato – ma aveva deciso di smettere e mi fornisce i contatti dei due proprietari.

Così inizia l’avventura in alta montagna, prendendo il posto di Diego, dove la roccia fa la differenza. Le temperature sono ideali per produrre uva, al calar della sera le pietre rilasciano il calore acquisito durante il giorno originando un’escursione termica che favorisce una maturazione lenta e costante. E’ a dir poco impressionante la resa d’uva di piccoli appezzamenti abbandonati, non potati né trattati, composti di piante le cui liane strisciano a terra piene di grappolini, e che sanno arrampicarsi su alberi e cespugli, arrivando in cima e riscendendo altrettanto carichi di grappolini che solo gli uccelli ne godono la digestione.

Ecco l’intensità della breve esperienza. Dal 2020 le vigne di Ramats non sono più tra quelle a mio carico, uno dei proprietari ha venduto tutto ad un noto produttore locale, l’altro continua a togliere i pali per la stufa aspettando la venuta del bosco. I vecchi contadini locali sono incorruttibili. Il 2020 segna la fine del comodato a Ramats ma non della raccolta delle uve nelle vigne abbandonate… Già dal 2019 quelle concentrazioni di forze hanno scelto ancora me come temporaneo tramite, in un anfiteatro naturale a Borgone Susa, viti franche di piede e riparate dai muretti a secco a circa 500m s.l.m., anch’esse abbandonate e destinate ad essere estirpate (sempre a beneficio dei camini). Il 2019 è stato carente d’uva, ho deciso di alternare la potatura per ciascuna parcella ogni due anni, oggi una vigna subisce i danni della peronospora, l’altra gode di ottima salute e il raccolto si prospetta interessante.

Riassumendo: negli ultimi anni l’abbandono dei vigneti e dei terreni agricoli, specialmente in montagna, è stato veramente distruttivo. D’altro canto, chi ha resistito e fatto esperienza del lavoro e soprattutto dei frutti, potrebbe dare un forte segnale di come la montagna, oggi più che mai, possa diventare una zona ideale a molte produzioni agricole.

VITÆ di montagna.