Le tante vite che ciascuno vive s’intersecano a volte in punti imprevedibili, benché forse non casuali. A trasportarle può essere una foto, una frase, una canzone, qualsiasi supporto cui una suggestione resti invisibilmente aggrappata per riproporsi di colpo. Mondi paralleli che convergono con impensabile naturalezza; e noi, ritti all’incrocio, spettatori degli ologrammi emotivi che hanno mosso intere stagioni. Evaporata la nostalgia, avanza un delicato stupore per l’incessante nascere e morire dei desideri.

Maggio 2008: accompagno mio padre da Emidio Pepe a Torano Nuovo, non perché gliene importi granché ma per fargli respirare l’aria della campagna in cui è cresciuto – qualche collina di là – dopo anni di assenza causata da amare dispute ereditarie. Assisto al suo stupore nel trovare in una cantina famosa gli stessi attrezzi usati da mio nonno per fare il vino da sé, un liquido nero arcigno quanto lui. Sistemo un cartone di Trebbiano e uno di Montepulciano nel bagagliaio e filiamo a pranzo sul lungomare: frittomisto, caffé, un gelato sul bagnasciuga, chiacchiere a ruota come non è più capitato. Sulla via del ritorno devio per Castelluccio di Norcia: sgrana gli occhi anche lì, sul bordo del lago che fu, allo spalancarsi di una scenografia impareggiabile. Congedo serale scaldato da un insolito appagamento. “quante ne abbiamo fatte oggi…” “già, saluta mamma, ci sentiamo”.

Febbraio 2011: Volnay, mezzanotte, io e Luca Santini nella nuda dépandance concessa da Jean Pierre Charlot, tenuti svegli dalla spinta improvvisa a parlarci. Quaranta bottiglie allineate su una credenza, ritappate alla buona, oggetto nelle ore precedenti di spasmodiche analisi sul cosa, come e perché. Fregarsene, invece; usarle per vincere il pudore, aggirare il feticcio della degustazione, salire l’impervio scalino che separa il ‘tanto-per’ dal guardarsi in faccia. Una confessione: non richiesta, non dovuta, un sorso dietro l’altro. Scostare le tende della finestra allo schiarire di un cielo gelido. “oh, buonanotte”.

Marzo 2021, casa mia diventa una cambusa dove fuggire dall’apnea di mesi stralunati. Mio padre se n’è andato il mattino di Capodanno in un modo che mi avrebbe commosso anche se fosse stato un estraneo. Ottanta giorni dopo traggo dalla cantina l’unico souvenir superstite di quella gita: Montepulciano d’Abruzzo 2001. Prima del funerale avevo chiesto a Luca di berlo insieme quando avremmo celebrato il decennale della “notte dei riassaggi”. Ci sarebbe voluto il vino che ne fu oggetto, il Les Champans di Joseph Voillot; porta invece un Grands-Echézeaux – anch’esso 2001 – di Philippe Engel, produttore del cuore per chiunque abbia un cuore, magistrale infusore di spontaneità nella classe di vigne assolute. L’aura di mito che ne circonda le uscite, giustificata da una magia tutta loro, è amplificata dalla rarità per la scomparsa dell’uomo e dell’azienda nel 2004.

Appaiare vini così gravidi di simboli agita paure inconsuete. Risultassero inferiori alle attese verrebbe mortificato – mi dico – lo slancio messo nel condividerli. Poi, con timore ancor più infantile, immagino la delusione se quel pezzo della mia storia filiale non fosse degno del pezzo di storia della Borgogna che ha accanto. Relativamente al vino, in comune con mio padre non ho che una giornata di Maggio perpetuata da una bottiglia, quella. La sentinella dei rimpianti più dolci, l’ultimo ciao.

Il Grands-Echézeaux parte guardingo, indurito da una volatile che ne stringe il profilo. Svela lentamente un’eleganza più intuita che esibita; mai incontrato un Engel tanto compassato, l’incisiva tessitura di bocca suggerisce di posare il calice e attendere. Tiro un respiro e metto il naso su Pepe. Serio, assertivo; amarena, olive, liquirizia. Compatto e privo di indugi, disinvolto nello sbrogliare una pressione calibratissima. Sorridendo torno da Engel, che nel frattempo è esploso: setoso al tocco, pervasivo di frutti silvani, incenso e merde de poule. Trattenersi dal finirlo subito è una fatica ripagata dall’ascensione concentrica che ne descrive il moto. Incarnano – l’uno e l’altro – classicità peculiari entro i rispettivi ambiti, acute distillazioni di uomini e luoghi. La sottolineatura delle differenze li esalta in un virtuoso gioco di specchi: la severità del Montepulciano, la sua fitta dimensione tattile, è un contraltare ideale alla vaporosa finezza del borgognone, ineffabile sintesi di leggiadria e magnetismo.

Alzo gli occhi dai bicchieri e c’è l’amico; è il vino a esser qui per noi, non viceversa. Accordato alla mescolanza di tutto e niente che è questo passare, un flusso d’immagini incoerenti si scioglie come un blues: aglio e peperoncino, costì, fottesega, il baccalà, il quinto quarto, il quinto Gimlet, Macle e Lahaye, basta Baustelle, il bianco di Nino, i libri potenti, i piedi per terra, il satiro che prende per culo, la parola che prende per mano, come stai, esserci. Non cancella la malinconia ma dà un coraggio che sale quasi l’entusiasmo.

“Comunque tanta vita, no?”

“Bé, dipende sempre da come la misuri.”

Ecco, dicevo: quasi.