entra e fatti un bagno caldo
c’è un accappatoio azzurro
fuori piove un mondo freddo

Me l’ero immaginato un po’ così il vin’d pum 2019 di Ottenimenti, girando il vetro tra le mani: aspettativa proiettata dall’etichetta al bicchiere, delicatamente modellata dalla realtà.
Granato leggero. Naso stridulo eppure gentile di frutti selvatici, genziana e rabarbaro. Sorso scabro, guizzante, sfiorato dal tenue brillìo della carbonica fusa al finale di luppolo, salamoia e cola cui non ho opposto indugi da stomaco vuoto. Cena iniziata, bottiglia finita, al baccalà ho abbinato il buonumore delle scoperte inattese.

Il vin’d pum nacque a inizio Novecento, per consuetudine, quale ‘vino di recupero’ destinato ai contadini piemontesi. Figlio del caso e dell’indigenza, esposto per sua natura a ingovernabili variabilità da cascina a cascina, assorbiva il surplus invendibile di mele ammaccate arricchendone il fermentato con le vinacce avanzate dalla svinatura. Oggi non sopravvive che in sparuti ambiti rurali.

Non ho mai incontrato Mario Siragusa, artefice di quello che ho bevuto io. Le conversazioni telefoniche avute con lui attenuano il tono salgariano del parlarne. Siciliano di Caltavuturo, ha cinquant’anni; da ventisei è a Torino e da sette armeggia uve lungo il Piemonte occidentale, fuori dalla professione di camionista. Scova e affitta resti di vigne abbandonate, appese a quote pedemontane tra Rubiana e Ramats, in origine destinate a produzioni domestiche; sommandole non toccano un ettaro rendendo circa ottocento litri di vino. Il sidro ha dimensioni ancor più amatoriali, legate al poco tempo e al discontinuo approvvigionamento di pere e mele di varietà autoctone.

 

La voce di Mario suona animata da un entusiasmo che lo spinge a sperimentare senza inibizioni, con l’unico punto fermo del rifiuto di ogni additivo chimico. Nell’Ottobre del 2019, terminata la macinatura di Runsé e Magnana per il sidro, notando molti pezzi di mela gravidi di succo li ha pigiati ancora; ha poi coperto il liquido in fermentazione con fiori di luppolo cresciuti spontaneamente ai bordi delle vigne, profumati di scalogno e dalle proprietà antiossidanti. Vi sono confluiti trenta litri di sidro di pere selvatiche colte in estate sulle Madonie – tanniche, dolcissime, amate dai cavalli – e fatte maturare in autunno in Val Susa. La miscela, rinforzata con trecento chili di vinacce di Grignolino e Merlot insolitamente cariche di zuccheri, dopo una settimana è stata torchiata e travasata dentro un paio di damigiane, infine imbottigliata per gli amici tra Febbraio e Aprile 2020. Una jam session che ha generato una bevanda incollocabile, colta non nel senso di ‘acculturata’ bensì di ‘tratta’, ‘trovata’. Ne ho ricavato il senso dell’attraversare più che dello stare, l’istintivo protendersi verso una natura da assecondare e non da dirigere.

Il mio imprinting col sidro, pur genuino, non è stato tale da alimentare simpatie. Capitò a Vannes, in Bretagna, diversi anni fa; non ricordo perché fossimo finiti lì, ma per arrivarci avevamo attraversato in macchina tutta la Loira. Reduce da Chenin Blanc di ogni tipo, percepii come una penitenza quella bibita flebile e aspretta. La famiglia che ci ospitava ne faceva una scialba versione casalinga che ci inflisse senza freni durante cene grottesche, silenziose, in cui sperimentammo la saturazione fisica e psicologica da galettes. I Vouvray acquistati lungo il viaggio, furtivamente stappati in camera dopo la buonanotte, riesumarono la frenesia degli sfoghi notturni delle gite liceali.

A pacificarmi con la tipologia è occorso il vin’d pum di Ottenimenti. Ho sovrapposto il suo grammelot al discorso di un bambino, dalle poche parole e molti suoni; di quelli che non significano nulla ma svelano qualcosa, inattingibile col solo intelletto. Forse – ma sì – un lasciarsi contaminare per filtrare, comporre e restituire con la risorsa oggi più che mai necessaria della fantasia.